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"siate allegri nella speranza" (Romani 12:12)
12 novembre 2004
Dahlan sul Corriere della Sera




Dal Corriere di oggi un'interessante intervista di Dahlan, ex ministro degli interni con Abu Mazen. Vi segnalo la citazione di Barghouti, assieme a se stesso, come leaders di nuova generazione, e una sorta di "apertura di sfida" ad Hamas.











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Sappiamo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui.

Romani 6:9

Io non sono un Amleto, ma sono pigro, e non mi movo se non ho una buona spinta dagli avvenimenti. Ma se mi movo, io vivo là entro e ci metto tutto me, o scriva, o insegni, qualsiasi cosa faccia. piccola o grande, buona o cattiva, una passione c'era in me che mi traeva seco. Ed io non l'analizzai più; le ubbidii.

Francesco De Sanctis, Un viaggio elettorale

 

 

 




Dahlan: «E’ stato anche un giorno di speranza Un segno di democrazia e rispetto delle leggi»

L’ex ministro degli Interni: «Il ritiro unilaterale da Gaza ci va bene, a patto che sia solo un inizio»

l’Intervista

DAI NOSTRI INVIATI
RAMALLAH - E’ possibile, alla vigilia del funerale del proprio indiscusso condottiero, esprimere tristezza e, insieme, euforia? Pare di sì. Il contrasto sembra riassumersi sul volto rilassato di Mohammed Dahlan, l’uomo forte della dirigenza palestinese.
Non sarà il leader di oggi, potrebbe esserlo di domani, sicuramente del prossimo futuro: per un posto da premier, ovviamente, a meno che non lo eliminino perché sta diventando troppo potente.
Per ora il 43enne ex ministro dell'Interno si accontenta di un ruolo da stratega, restando in una visibilissima penombra. «In fondo - dice - è meglio così che essere il numero uno». Appartiene al team dei riformisti, non si candiderà alle elezioni, ha offerto il suo aiuto all'erede di Yasser Arafat, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ma quando gli chiediamo se punti al posto di leader del Fatah, non si tira indietro e il sorriso vale una conferma. E' rimasto a Parigi dieci giorni, accanto al presidente morente. Dice di aver lavorato molto per impedire la commedia di discutibile gusto, «provocata dal nervosismo» a cui tutti hanno assistito, ma «alla fine, dopo le accuse di Suha Arafat, non essendo riuscito a prevenire, ho cercato di minimizzare».
Ci riceve per l'intervista in maglione da riposo color crema, nella suite numero 414 dell'hotel Grand Park di Ramallah. Il televisore diffonde le immagini della Cnn : la partenza della bara con il corpo di Arafat da Parigi, i commenti sul presente, le previsioni sul futuro. Ogni tanto il giovane nato nel campo-profughi di Khan Younis ammicca, sornione, come se volesse correggere giudizi errati o affrettati. E' uno che la sa davvero lunga.
Allora, signor Dahlan, oggi (ieri, ndr ) avete disegnato il vostro immediato futuro. Transizione morbida, poi le elezioni.
«E' una giornata triste. Se ne è andato un grande leader, l'uomo che ci ha donato la speranza di uno Stato e la dignità nazionale. Ma è anche una giornata di gioia, perché abbiamo dato prova di democrazia e rispetto delle leggi».
Il simbolo della causa, Arafat, non c'è più. Il suo successore, Abu Mazen, diventerà il nuovo simbolo?
«Il simbolo è solo Arafat. Non abbiamo bisogno di altri simboli, ma di una guida che realizzi le riforme, combatta la corruzione, imponga legge e ordine, e rilanci il processo di pace».
Avete nominato un presidente dell'Anp, Rawhi Fattouh, che vi porterà alle elezioni fra 60 giorni; il nuovo capo dell'Olp è Abu Mazen, e la guida del Fatah, Farouk Khaddoumi.
«Esatte le prime due nomine. Errore sulla terza. Khaddoumi (oppositore degli accordi di Oslo, ndr) è rimasto quel che era: segretario generale del Fatah. Il leader, che succederà ad Arafat, dovrà essere eletto dal congresso. Quindi, non è stato deciso nulla».
Lei potrebbe diventarlo.
«Perché no? Quando sarà il momento, ne riparleremo».
Arafat era presidente dell'Anp, capo dell'Olp e leader del Fatah. Ora si rischia una lotta di potere.
«Nessuna lotta di potere. Prima ciascuna delle tre istituzioni non sapeva che cosa facessero le altre due».
Abu Mazen, dunque, diventerà presidente dell'Anp?
«Certo, sarà il nostro candidato».
Ma non pare molto popolare.
«Avrà oltre il 65 per cento dei consensi. Lo aiuteremo noi. Andremo nelle scuole, negli uffici, tra la gente per spiegare chi è: un uomo serio e trasparente».
Non vorrà dirci che, a 69 anni, Abu Mazen diventerà anche l'uomo del futuro.
«Dovrà essere il ponte fra la sua generazione e la nostra. Altrimenti, sarebbe un fallimento disastroso».
E chi sono i leader della nuova generazione?
«Due: io e Marwan Barghouti, che però è in prigione».
Che ne pensa della decisione di Sharon di ritirarsi unilateralmente da Gaza?
«Benissimo, a patto che il disimpegno da Gaza non sia la fine del processo ma solo l'inizio. E poi, consentitemi: il ritiro unilaterale da Gaza è facile per noi, in quanto non ci costa condizioni, e buono per lui. Sa che cosa sarebbe successo se avessimo dovuto trattare? Ci avrebbe presentato diecimila pagine di richieste. Quindi...»
Che cosa si aspetta da Sharon?
«Che liberi i prigionieri palestinesi. Ha preferito rilasciare 420 Hezbollah che i nostri».
Sì, ma c'era di mezzo un israeliano rapito, Elhanan Tannenbaum.
«L'ho detto a Sharon, quando ci siamo incontrati: dobbiamo rapire anche noi qualcuno di importante?».
Sempre che Abu Mazen abbia un rapporto con Sharon?
«Speriamo che non costruisca una Mukata anche per lui».
Siete pronti ad accettare Hamas come controparte politica?
«Certo, se Hamas si riconosce nel programma e nelle leggi dell'Anp».
Pensa che ora, dopo la morte di Arafat, cresceranno o diminuiranno gli attentati suicidi?
«Dipenderà da che cosa farà Israele. Se avrà un atteggiamento positivo, troverà la popolazione pronta ad accettarlo. Altrimenti...».



 

Antonio Ferrari