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"siate allegri nella speranza" (Romani 12:12)
3 ottobre 2005
Il grande malato non è più la Turchia: è l’Europa

dal Riformista di oggi (i grassetti sono miei) un ottimo articolo di Enrico Letta: purtroppo non cita uno dei punti più importanti a sfavore dell'Ingresso della Turchia in Europa, il mancato riconoscimento del genocidio degli Armeni; epperò il suo ragionamento mi pare coerente e solido. La Turchia sta diventando la scusa per non affrontare dinamiche essenziali per il progresso dell'idea europea (e anche per una sua radicale revisione). La sfida che ci viene posta è alla nostra sicurezza e alla nostra propriocezione di Europei, tutta da rivedere; è una sfida realmente open-ended, come è stato ribadito più volte nella preparazione di questo decennio - si badi decennio! - di trattative: se non sarà capace di alcune riforme, è necessario saper dire di no ad Ankara; ma la sfida è sia alla Turchia che all'Europa e non possiamo permetterci di evitarla; non ora.  Ankara e Bruxelles devono giocare una dura partita insieme. E vincerla insieme. L'alternativa è chiudere l'Europa in se stessa obbedendo più alle paure che ai progetti, condannarla all'insignificanza nel mondo globalizzato, e soprattutto consegnare la Turchia al gioco di potenze regionali medioorientali non amiche (vd. i colloqui avuti di recente con l'Iran anche a proposito del nucleare civile, e la varie riaperture tattiche di Erdogan nei confronti della Siria). Quale scenario preferiamo? Possiamo vincere questa battaglia: perché avere paura?


Siamo di fronte a una delle dinamiche storiche più coinvolgenti,drammatiche e affascinanti del nostro tempo: siamo al momento cruciale per decidere se effettivamente iniziano o no i negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione europea. Tutto sembra congiurare per rendere di giorno in giorno più complesso il percorso. Ogni tappa aggiunge difficoltà e nuovi oppositori. Da decenni la Turchia orbita nell’asse euroatlantico, fa parte della Nato, ha un accordo di associazione con la Comunità europea che si è spinto fino all’unione doganale. Ma è un Paese islamico ancora alla ricerca di una stabilità politica e democratica di tipo europeo; in più dal 1974 è protagonista dell’occupazione della zona settentrionale di Cipro. Ed è una nazione di 67 milioni di abitanti, che diventerebbe il secondo Paese dell’Unione per popolazione, dietro alla sola Germania. Il primo vero ostacolo da superare per giungere all’adesione dellaTurchia, tuttavia, non riguarda laTurchia stessa, ma l’Europa. Ha ragione Franco Venturini, che sul Corriere della Sera ha legato il cammino della Turchia alla parallela crisi dell’Europa, sempre meno forte, sempre meno preparata a reggere l’impatto di un processo di adesione così complesso. La Turchia sta facendo tutto quel che è necessario. I passi ci sono e sono visibili. A questo punto il problemaè costituito dall’Europa e dai Paesi che la compongono. Le recenti bocciature referendarie della Costituzione testimoniano crisi e paure presenti nelle nostre società. E’ diventato più facile, più conveniente, usare lo "spauracchio" dei turchi per lucrare qualche voto piuttosto che adoperarsi per costruire uno schema solido di consenso generale. Nel caso dell’Italia, il centrodestra si è diviso e in buona parte ha sposato queste paure nel voto con cui il Parlamento europeo, il 28 settembre, ha detto sì, ad alcune condizioni, all’avvio dei negoziati di adesione. Forza Italia ha votato a favore, Udc e Lega hanno votato contro e Alleanza nazionale si è astenuta. Situazione paradossale, specie quest’ultima. Basti pensare a quanto il ministro degli Esteri Fini ha dichiarato pochi giorni prima di quel voto, a Parigi, al termine di un incontro con il ministro francese dell’Interno Sarkozy: «Ankara deve entrare nell’Unione europea; siamo convinti che la Turchia nell’Unione serva agli interessi dell’Europa». Affermazione pienamente condivisibile, ma è difficile immaginare che l’azione del nostro governo possa avere un peso in tale direzione quando a non condividerla sono tre partiti su quattro della maggioranza e addirittura lo stesso partito del quale il responsabile della Farnesina è il presidente.
Eppure è vero: la Turchia nell’Unione è funzionale agli interessi dell’Europa e dell’Italia. La sua adesione presenta tutta una serie di vantaggi economici e politici. Quella della Turchia è una delle economie più interessanti per le nostre imprese, un’economia che può aiutare sia noi sia l’Unione europea nel suo complesso a crescere ulteriormente. Dal punto di vista geografico, quella nazione rappresenta un crocevia fondamentale dei processi di trasporto; ne può derivare energia vitale per i nostri approvvigionamenti. Sotto l’aspetto politico la Turchia offre all’Europa la prospettiva di una nuova maturità e la possibilità di assumere un ruolo in una parte decisiva del mondo. Certo il risultato dei negoziati non è scontato, come chiarito anche nella risoluzione votata dal Parlamento europeo. La Turchia deve compiere ancora molti passi, ma c’è tutto il tempo. Occorre però che i negoziati inizino. Ed occorre che l’Unione europea esca dalla sua crisi. «La Turchia, il grande malato», recitava un antico detto. Ora «il grande malato» è l’Europa, un malato che deve guarire, perché solo un’Unione europea forte può reggere l’ingresso della Turchia.




permalink | inviato da il 3/10/2005 alle 14:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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Sappiamo che Cristo, risuscitato dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui.

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Io non sono un Amleto, ma sono pigro, e non mi movo se non ho una buona spinta dagli avvenimenti. Ma se mi movo, io vivo là entro e ci metto tutto me, o scriva, o insegni, qualsiasi cosa faccia. piccola o grande, buona o cattiva, una passione c'era in me che mi traeva seco. Ed io non l'analizzai più; le ubbidii.

Francesco De Sanctis, Un viaggio elettorale